ESSERE COMPRESI DAGLI INTERLOCUTORI: L’ESSENZA DELLA COMUNICAZIONE EFFICACE

Comunicazione-Efficace
Comunicazione Efficace

LA COMUNICAZIONE EFFICACE

Non tutte le persone desiderano piacere a tutti (anche se la cosa piace a molte più persone di quante siano disposte ad ammetterlo).

Ma a quasi tutti, quando comunicano, piace essere compresi dagli altri. Che cosa vuol dire? Ognuno di noi, interagendo con gli altri esseri umani, anche se non se ne accorge (e spesso non se ne accorge) vorrebbe essere percepito in un determinato modo.

E’ importante comprendere questo passaggio. Che cosa significa: “essere percepiti in un determinato modo?” E che ha a che fare questo, con l’aspirazione alla comprensione, quando si comunica?

Bisogna partire da un presupposto. Non è un modo di dire, in questo caso, ma è proprio un presupposto: il primo presupposto della comunicazione, almeno nel modello concettuale che è alla base della scuola di comunicazione alla quale faccio risalire il mio pensiero, la mia didattica, il mio tentativo di impostare il rapporto con gli altri.

Ora, il primo presupposto dice:

Non si può non comunicare. Ogni comunicazione è comportamento, ogni comportamento è comunicazione

Procediamo con ordine. “non si può non comunicare” non sta per “è vietato”, come è ovvio, ma per “è impossibile”. Questo è spiegato meglio da una parte del secondo periodo del presupposto: “ogni comportamento è comunicazione ….”. Pensiamoci: “ogni comportamento è comunicazione”. Benissimo, se questo è vero, dobbiamo solo essere certi che ognuno dia lo stesso significato alla parola “comportamento”.

Nel modello al quale mi riferisco, per “comportamento” si intende “ogni manifestazione dell’essere umano”. Per comportamento si intende, a titolo molto esemplificativo, quello che diciamo, come lo diciamo, come camminiamo, le posture che assumiamo, la gestualità che mettiamo in atto, la sudorazione, quando sudiamo, il modo in cui respiriamo (se percepito da un interlocutore), i nostri eventuali tic, etc. etc. etc.

L’elenco è esemplificativo e molto riduttivo. Mi auguro, però, che serva a trasferire il concetto. Quando diciamo “ogni manifestazione dell’essere umano”, intendiamo veramente “ogni singolo comportamento”.

Osservando l’elenco e ragionando sulle conseguenze che tale elenco determina, ci si deve soffermare su alcuni aspetti.

Il primo aspetto è che

l’essere umano comunica anche inconsapevolmente

(molto più di quello che solitamente si può immaginare).

Cioè, l’essere umano invia messaggi ai propri interlocutori, molto più spesso di quello che si può rappresentare.

In secondo luogo, dal concetto deriva che i nostri interlocutori sono molti di più di quelli che possiamo sospettare. Si immagini, infatti, di percorrere una strada popolata di persone. Mentre camminiamo, la nostra attenzione, con gradi di intensità diversa, si sofferma sulle persone che incrociamo. Su alcuni/e soffermiamo maggiormente l’attenzione, dedicando a queste anche un minimo di impegno della nostra parte razionale, ad altre dedichiamo un’attenzione minore, non per questo meno significativa nel nostro sistema percettivo e comunicativo (l’inconscio raccoglie e mette insieme una quantità di informazioni molto più elevate di quello che riesce a fare la parte razionale). Rovesciando le parti, accade lo stesso per tutte le persone che, mentre passeggiano, vivono l’esperienza di percepire la nostra persona.

In terzo luogo, dobbiamo cominciare a pensare che, anche quando comunichiamo con uno o più interlocutori, diciamo con un certo grado di consapevolezza, di quello che stiamo facendo, abbastanza elevata (per esempio, stiamo parlando con un amico e gli stiamo spiegando che vorremmo che mettesse in atto un certo comportamento, oppure siamo in una riunione di condominio e stiamo cercando di proporre una mozione e farla approvare dagli altri condomini), oltre a tutti i messaggi che inviamo regolati dalla nostra parte razionale (le parole che scegliamo, il modo di costruire le frasi ed i periodi, le modalità della voce che scegliamo per pronunciare i nostri discorsi, i gesti che decidiamo di fare per rafforzare quello che diciamo, il modo in cui abbiamo deciso di vestirci per la circostanza, se lo abbiamo deciso, e tantissimi altri aspetti) inviamo un’altra serie di messaggi, senza avere consapevolezza che lo stiamo facendo e, a maggior ragione, senza che abbiamo alcun controllo sul contenuto di questi messaggi.

Dunque, volendo sintetizzare, potremmo stilare il seguente elenco:

  • Comunichiamo ogni volta che mettiamo in atto un comportamento
  • Per comportamento dobbiamo intendere ogni manifestazione umana che mettiamo in campo
  • In funzione di questo fenomeno, mettiamo costantemente in campo una mole di messaggi comunicativi che neanche immaginiamo
  • I nostri interlocutori, per questo motivo, sono molti di più di quelli che immaginiamo
  • Anche rispetto a quelli che riteniamo essere nostri interlocutori, i messaggi che inviamo loro, oltretutto privi di controllo sulla forma e sul contenuto, sono sensibilmente più di quello che immaginiamo essere

In realtà, il concetto va ancora più estremizzato. Immaginiamo, infatti, di avere un amico con cui ci vediamo quotidianamente; immaginiamo che, questa persona un giorno ci dica: “domani parto per l’Australia! Quando arrivo Ti chiamo”. Immaginiamo che l’amico, invece, dal giorno dopo, una volta decollato, non ci invii alcuna comunicazione, non solo nel momento in cui è presumibilmente arrivato in Australia, ma neanche il giorno dopo e per i mesi e gli anni successivi. Ora, le ragioni del suo silenzio, potrebbero essere le più svariate. A questo punto le persone che, tra chi legge, possiamo annoverare tra le più caute, si interrogheranno sul perché di un simile comportamento facendo varie ipotesi; le persone con maggiori certezze, potrebbero arrivare a formulare anche dei giudizi, sulle ragioni di questo comportamento (“ecco, si è dimostrato non essere un amico”; “se ne è andato e si è scordato di me”; “ha voluto tagliare i ponti con tutti” e similari). Dunque, le valutazioni potranno essere le più diverse da soggetto a soggetto.

C’è una cosa, però che accomuna chiunque si trovasse in una situazione del genere. Qualunque fosse la reazione al comportamento messo in campo dall’amico “emigrato”, nessuno potrebbe essere esente da una “reazione valutativa” sul comportamento stesso. Chiunque sarebbe costretto ad usare il cervello anche solo per auto rivolgersi la domanda: “chissà come mai, il mio amico si è comportato in questo modo”. Chiunque, dunque, sarebbe inevitabilmente costretto a mettere in atto un altro comportamento che, nel nostro modello, si chiama “responso” o feedback, per chi ama l’inglese.

E, pensate, la valutazione che ognuno di noi sarebbe costretto a fare, potrebbe prescindere dalla volontà di mettere in atto il comportamento da parte dell’amico (per esempio, potrebbe essere deceduto senza che noi lo sappiamo, oppure rapito dagli aborigeni) e, comunque, senza che l’amico possa avere un controllo sul feedback che il suo comportamento starebbe generando.

Dunque,

anche una nostra assenza (laddove qualcuno aspetta la nostra presenza) o un nostro silenzio (laddove qualcuno attende un nostro messaggio), sono comportamenti e, in quanto tali, portatori di messaggi

nei confronti dei nostri interlocutori; a questo punto, si potrebbe dire che nostro interlocutore è chiunque abbia consapevolezza della nostra esistenza e che un rapporto comunicativo intercorre tutte le volte in cui uno dei due interlocutori è sollecitato, nella propria percezione, dalla semplice consapevolezza dell’esistenza dell’altro.

Troppo complicato? In realtà è molto semplice. Mi preoccupa di più l’ipotesi che un fenomeno semplice ed estremamente diffuso tra gli esseri umani, sia stato reso poco comprensibile dal mio tentativo di spiegazione.

Ecco, dunque, mentre dico questo, cerco di spiegare il mio punto di partenza. La mia intenzione, anzi, il mio auspicio, attraverso questo articolo, è quello di essere compreso da chiunque si avventuri nella lettura o almeno dalla gran parte dei lettori.

Ma se il risultato non dovesse essere quello che auspico? Nel modello che noi adottiamo scattano due conseguenze fondamentali.

La prima è che il modello prevede una precisa assunzione di responsabilità. Se i lettori non comprendono, non dipende dalla loro incapacità di comprendere, ma dalla mia inadeguatezza di spiegare i concetti che intendevo trasferire.

La seconda è che, fissato l’obiettivo, cioè il desiderio di essere compreso, è compito di chi ha scelto questo obiettivo di scegliere la giusta strategia affinché l’obiettivo sia raggiunto, cioè che gli interlocutori comprendano. A questo proposito, nel nostro modello, simpatico o antipatico, intelligente o stolto, bello o brutto, l’interlocutore è solo il dato di fatto da cui partire e le cui caratteristiche non sono l’eventuale alibi alla sua mancata comprensione, ma solo i parametri su cui devo delineare la mia strategia.

Questa capacità si chiama, nel nostro modello, “comunicazione efficace”. Ed il concetto è sintetizzato da quello che viene individuato come il secondo presupposto della comunicazione che recita:

Il risultato della comunicazione sta nel responso che se ne ottiene, non nelle intenzioni

Dunque, desiderate essere compresi più di quello che Vi accade normalmente? Il nostro modello è una strada per riuscire. Ed il nostro modello parte dall’assimilazione dei primi due presupposti.

L’avvertenza è che molti sono disposti “a parole” a farli propri. Pochi riescono a farlo in concreto e, oltretutto, costantemente. Questo è il prezzo da pagare.

Dicevamo che, non tutti desiderano piacere a tutti. Ma tutti, anche quelli che, per scelta, desiderano risultare poco piacevoli o antipatici a quante più persone possibili (sembra impossibile, ma in un mondo popolato di sette miliardi di persone c’è anche questa categoria di soggetti), riusciranno più facilmente nel proprio intento, se sapranno essere comunicatori efficaci (pensate alla frustrazione di chi vorrebbe risultare odioso ai più e, invece, risulta essere particolarmente piacevole).

Ma per coloro che desiderano piacere a tutti, una semplice riflessione.

E’ più facile piacere, se le persone comprendono le nostre intenzioni

Dunque, è più facile piacere se si comunica in maniera efficace.

E guardate, il desiderio di piacere è molto più diffuso, dentro molti di noi, di quanti noi stessi saremmo disposti ad ammettere …… con noi stessi.

Buona comunicazione o meglio, buon comportamento. E’ la stessa identica cosa.

 

Berardo Berardi

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