Fasi del Public Speaking: Decollo, Volo e Atterraggio

Il Volo dell’Aereo nel Public Speaking

Torno a parlare dell’“ansia da public speaking”, questa nostra amica/nemica che prende, in misura più o meno grande, chiunque che, per qualsiasi motivo, debba o voglia cimentarsi con un discorso in pubblico, che sia una conferenza o una lezione, che sia una presentazione o, come spesso mi piace ricordare, anche il semplice fatto di raccontare una barzelletta o elevare un calice in un momento celebrativo e proferire un brindisi. In un altro articolo ho messo in evidenza come il nostro cervello, se correttamente utilizzato, può aiutarci molto, non solo a gestire questa ansia, ma addirittura a fare in modo che l’energia che si sprigiona, durante lo stato d’ansia, possa essere incanalata per aiutarci nella performance.

Ipublic speakingl presupposto di fondo è che il cervello, questa macchina meravigliosa che ci è stata data in dotazione, funziona esattamente nel modo in cui decidiamo che debba funzionare. Per esempio, essendo una macchina di elaborazione di input, provenienti dall’esperienza, perennemente in movimento (battute a parte, non si può spegnere il cervello e anche la notte, quando dormiamo, esso continua a produrre attività in forma di sogni) la regola è semplice: o siamo noi a fornire il materiale di elaborazione oppure il cervello se lo procura da solo; non si sa perché ma frequentemente, per molte persone, si rifornisce di …..spazzatura (immagini negative, esperienze penalizzanti e quant’altro). Non succede sempre e non succede a tutti, ma succede molte volte e a molti. Le tecniche esposte, dunque, sono sostanzialmente strumenti per aiutare ogni individuo ad essere artefici e non individui passivi, della corretta “alimentazione del cervello”. Dunque, gli articoli precedenti si sono soffermati a dare suggerimenti prevalentemente sull’approccio e sulle dinamiche mentali, funzionali a permettere ad ognuno di parlare in pubblico in maniera efficace. In questo articolo ho deciso di dare un supporto di tipo più tecnico. Delineo, infatti, brevemente il modo in cui va organizzata una presentazione in pubblico. La tecnica che presento si chiama, o comunque la chiamo io, “il volo dell’aereo”. Si tratta, infatti, di organizzare la relazione che terremo, seguendo il concetto di quello che accade e che bisogna fare per fare in modo che un aereo decolli, faccia la sua navigazione e, infine, atterri a destinazione.

Si tratta, dunque, di organizzare i contenuti in tre fasi:

  1. Decollo
  2. Volo
  3. Atterraggio

Vediamo, cogliendo il parallelismo della metafora, cosa corrisponde ad ognuna delle tre fasi.

Fasi del Public speaking: il Decollo

fasi del public speaking: decollo

Il decollo in generale rappresenta, come è ovvio, l’inizio della relazione. Bisogna approcciare, secondo questo modello, come se la persona che deve parlare in pubblico, fosse il pilota dell’aereo e gli ascoltatori fossero i passeggeri. Se ci pensate, anche gli stati d’animo dell’uno e degli altri possono essere gli stessi. Il pilota vive tutta la tensione che può derivargli dalla responsabilità di chi deve gestire una macchina volante per portare a destinazione se stesso ed anche tutti i passeggeri. Questi ultimi, invece, sono in una posizione più passiva e, dunque, vivono la leggera ansia di chi scoprirà se arriverà a destinazione e se ci arriverà facendo un viaggio rilassato oppure agitato e, ancor di più, se questo viaggio sarà divertente o noioso e se quello che accadrà durante il trasferimento genererà un qualche “arricchimento” o rappresenterà semplicemente un modo di aver trascorso un po’ di tempo, non avendo altro da fare. La particolarità del decollo, inteso come inizio di un discorso in pubblico, è che i passeggeri, in funzione di come il decollo avverrà, decideranno se volare insieme al pilota, oppure no. In altri termini, la possibilità di parlare in pubblico ottenendo attenzione, interesse, partecipazione e, se vogliamo, consenso, da parte di chi ci ascolta, dipende da quanto saremo bravi a decollare.

I passeggeri, cioè il pubblico, sono seduti nell’aereo, cioè in sala, ma voleranno con chi dovrà parlare, solo se il pilota farà un decollo tale da convincerli che vale la pena fare questo volo.

Altrimenti, rimarranno seduti, oppure si alzeranno e se ne andranno, oppure parleranno tra loro, oppure penseranno ad altro ma di fatto, non si azeranno in volo con il pilota. Dunque, nel decollo chi parla in pubblico si gioca la gran parte della possibilità di ottenere che il discorso, che farà, produca l’effetto desiderato. Decollare bene è fondamentale, per questo risultato. Ancor più di avere dei buoni contenuti da esporre.

Ma cosa bisogna fare per decollare bene?

Non c’è una regola generale. L’unica regola è: catturare l’attenzione. E, per farlo, bisogna comportarsi in modo che, in chi ci deve ascoltare, sorga l’idea che la persona che sta per parlare non dirà cose banali e che, dunque, tra tutto quello che si può fare in quel momento, chiacchierare con i vicini di posto, pensare ad altro, sonnecchiare, la cosa migliore sia ascoltare con attenzione chi ha iniziato a parlare. E come si cattura l’attenzione? Diciamo che si possono percorrere diverse strade. Si può cominciare con una presentazione classica del tipo, “buongiorno a tutti, mi chiamo Berardo Berardi, sono un formatore manageriale e sono qui per trattare un tema di grandissima attualità”. Diciamo che è il decollo più sicuro. E’ anche quello a “minor impatto”, cioè quello che ha in se il minor coefficiente di possibilità, per catturare l’attenzione. In una presentazione classica, dunque, molto importanti sono gli altri strumenti che avete a vostra disposizione e cioè, l’uso della voce e dei suoi elementi paraverbali e tutto quello che riuscite a gestire a livello non verbale (per es. look, stare in piedi piuttosto che seduti, muovervi nello spazio in maniera non casuale, avere una gestualità congrui ente e sintonizzata con quello che state dicendo). Se volete correre qualche “rischio” in più ed aumentare il coefficiente di possibilità di catturare l’attenzione, invece, potete ricorrere ad introduzioni un po’ più originali come quello di usare una metafora o raccontare un aneddoto o iniziare con una battuta o citare una statistica o un dato in vostro possesso. Sono tutti elementi dirompenti. Cioè strumenti che, se usati adeguatamente, non possono non generare, in chi vi deve ascoltare, l’effetto desiderato, cioè che sarete seguiti con attenzione, durante la relazione che esporrete.

Fasi del Public speaking: il Volo

fasi del public speaking il voloUna volta avvenuto il decollo, si passa alla fase del volo. E’ la fase contenutistica nella quale il relatore trasferisce i contenuti agli ascoltatori. In questa fase, l’attenzione di chi parla deve essere soprattutto tesa a fare in modo che i presenti non abbiano cali di attenzione. In questo caso, sempre rimanendo alla nostra metafora, è come se il pilota, a differenza di quello che succede nel volo vero, conduca il suo “aereo” in modo che i passeggeri ricordino, momento per momento che sono “in volo” e che stare concentrati su quello che accade, durante il volo è, in quel momento, comunque la cosa più interessante da fare. Come fare? Ovviamente è scontato che i contenuti debbano essere organizzati in modo che gli argomenti siano ben strutturati, siano corretti a livello linguistico, che il linguaggio comprensibile per tutti che gli argomenti siano concatenati in maniera corretta. Ma per avere sempre la certezza del fatto di essere seguiti, possibilmente da ogni componente del pubblico, a seconda del motivo per cui si sta parlando in pubblico e degli argomenti che si stanno trattando, possono aiutare strumenti come:

  • Fare domande
  • Farsi fare domande
  • Fare esercitazioni
  • Fare giochi di ruolo

Sono tutti strumenti che permettono di avere una gestione dell’evento di parlare in pubblico in modo da ottenere l’effetto desiderato, in quanto consentono di avere una gestione interattiva e non monodirezionale, nei confronti degli ascoltatori. Tuttavia, non bisogna mai perdere il focus sul concetto principale: sono strumenti a supporto di chi parla, non si sostituiscono a questo. Per esempio, se qualcuno pensa di proiettare una slide, su cui sono stampati esattamente i contenuti che pronuncerà sta, di fatto, mandando un messaggio: “la mia presenza è inutile; quanto avevo da dirvi potete leggerlo su quello che sto proiettando”. E’ chiaro che non è il messaggio di chi si vuole proporre dicendo: “adesso io Vi parlerò e Voi che ascoltate, al termine della mia performance rifletterete su quanto è stato bello ed importante prendere del tempo e dell’attenzione per assistere al mio discorso”.

Fasi del Public Speaking: l’Atterraggio

public speaking atterraggioL’ultima fase, quella dell’atterraggio, è quella del congedo. Mentre il decollo è fondamentale per fare in modo che il volo sia piacevole ed interessante per tutti i partecipanti, l’atterraggio è fondamentale per fare in modo che gli ascoltatori, una volta andati a casa, portino dentro di se, un contenuto, un’idea, uno spunto e, comunque, la sensazione di avere investito il proprio tempo, nella maniera più proficua possibile. Anche in questo caso, si può scegliere una formula più tradizionale e più a “basso impatto” come può essere quella di limitarsi a salutare in questo modo: “e, dunque, io ho terminato la mia relazione, Vi ringrazio per l’attenzione che mi avete dedicato e il modo in cui avete partecipato e mi auguro di essere stato sufficientemente di supporto alle vostre aspettative”. Oppure si può completare in modo più suggestivo, con aneddoto, storiella evocativa, metafora, battuta, messaggio motivante. Una maniera per accompagnare nel giusto modo gli ascoltatori alla conclusione, potrebbe essere quella di effettuare un riepilogo degli argomenti trattati.

Errori da evitare in fase di atterraggio

L’avvertenza fondamentale, per l’atterraggio, è quella di evitare, nel modo più assoluto due errori: i falsi atterraggi e le precipitazioni verticali. Il primo è quello di coloro i quali cominciano l’atterraggio dicendo: “ e concludo dicendo”, poi continuano e dicono “e, in conclusione vorrei aggiungere” e continuano a trattare argomenti. Annunciano l’atterraggio, ma poi non lo fanno mai: effetto “mal di mare” negli ascoltatori, assolutamente garantito. L’altro modo è quello di chiudere la relazione, mentre gli ascoltatori si sentono ancora in volo. Entrambe queste modalità hanno un grosso “coefficiente di vanificazione” dell’effetto desiderato. Ricordate, se parlate in pubblico, siete Voi il pilota. Se volete essere certi di avere condotto bene il vostro “veicolo” volante, la certezza che questo sia accaduto sta in un solo fatto: chi ha volato con Voi, dovrà essere andato via con la sensazione piacevole che vorrebbe volare ancora con un pilota come Voi e, se dovesse avere occasione di farlo ancora, lo farebbe con estremo piacere. Questo è un riscontro credibile. Il resto, sono chiacchiere da bar.

Berardo Berardi

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